Nel Medioevo con Beatles e Bee Gees

Già con «Vite perdite» del 1993 Daniele Sepe aveva mostrato il suo interesse per la musica medievale, proseguito poi dal vivo nelle collaborazioni «ad alto tasso alcolico e militante» con i Theatrum Instrumentorum del serbo Sasha Karlic e il nostrano Ensemble Micrologus, con cui divide oggi «Kronomakia», diciottesimo volume (sempre per l’etichetta del «manifesto») della discografia dell’iconoclasta musicista napoletano. Il cd abbatte le distanze tra musica «colta» e «leggera» (o vogliamo dire «ignorante»?), antica e moderna, acustica ed elettrica. La guerra al tempo del titolo, insomma, è guerra ai generi, alla etichette/gabbie che impediscono «la libertà dei suoni». «Kronomakia», spiega Sepe alla Feltrinelli, spalleggiato da due dei fidi compagni della Rote Jazz Fraktion (Auli Kokko e Piero De Asmundis), serve per ricordare che «la contaminazione ha radici antiche, che Wagner non sarebbe esistito senza l’apporto di illustri anonimi musicisti di ascendenza mediorientale». Se quel che conta è davvero il viaggio e non la meta, l’approdo, «Kronomakia», viaggia con una macchina del tempo che annulla le fratture tra gli strumenti di diverse ere chiamati in causa. L’Ensemble Micrologus mette in campo l’arpa gotica di Patrizia Bovi, il liuto di Simone Sorini, l’oud di Adolfo Broeg (scomparso poco dopo le registrazioni del disco), i flauti di Goffredo Degli Esposti, la viella di Gabriella Russo, il salterio di Gabriele Miracle, strumenti quasi sempre ricostruiti in basi all’iconografia tradizionale. «Loro sono tra i punti di riferimento internazionali della musica antica in Italia», spiega Daniele, «ma invidiano le nostre chitarre elettriche, la nostra libertà di fare casino. E noi vorremmo, come loro che suonano in acustico, essere liberi dalla schiavitù del sound-check». Ecco, allora, la foto di copertina, «una vetrata stile medievale in cui pontefici, santi e madonne usano strumenti pop», ed ecco, ancora, il repertorio affrontato con amore e un pizzico di sana follia, capace di tenere insieme il Medio Evo con il kazz-rock e il reggae, il repertorio religioso delle cantigas con quello profano delle danze popolari, i «Carmina Burana» (c’è una nuova versione di «Vite perdite», con i versi di Tacito ancora tristemente attuali) con i due colpi di scena finali, ovvero «Stayin’ alive» e «Norwegian wood» in latino. «Vivimus», ovvero l’inno del sabato sera dei Bee Gees, è straordinario, esilarante, contagiante, un potenziale hit radiofonico se non esistessero le play list ad uniformare la programmazione e il gusto collettivo: «La nostra versione è nata per scherzo, una sera, con il falsetto da controtenori dei fratelli Gibb che ricorda il canto delle voci bianche e dei castrati usati quando era proibito alle donne di cantare in Chiesa». «Norwegiae lignus», invece, «è costruito come un canone, sembra quasi scritto dai Beatles per essere cantato in questa maniera. Il buffo è che il latino, lingua morta scelta per aderire all’atmosfera generale, funziona benissimo, in musica suona come una lingua viva. Con l’italiano avremmo avuto altri risultati. Visto che l’esperimento funziona, potremmo continuare con le traduzioni in latino, magari pensando a ”Bandiera rossa” e ”L’internazionale”». Non si vive di solo John Travolta.

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3 risposte a Nel Medioevo con Beatles e Bee Gees

  1. ale ha detto:

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