O homo considera

I sette peccati capitali, 1485-1Nota al Programma “O homo considera” I sette peccati capitali
Il tema dei sette peccati capitali ha sempre stimolato artisti di varia estrazione che, ciascuno nel suo ambito, hanno tratto ispirazione per esprimere il proprio punto di vista su quelli che sono gli aspetti ricorrenti dei comportamenti umani.
Se nel mondo antico tali comportamenti, soprattutto se esasperati, sono stati considerati “vizi”, cioè deformazioni rispetto al comune sentire e suscettibili quindi di semplice riprovazione o derisione, in epoca cristiana sono stati considerati veri e propri “peccati”, cioè una aperta violazione delle leggi divine e quindi oggetto di condanna.
Nel mondo antico troviamo vari esempi di apologhi che vedono gli animali protagonisti di vicende che in realtà hanno una evidente allusione a circostanze e a personaggi del mondo umano, sempre riconoscibili dalla stoltezza dei comportamenti e dalla vanagloria: potremmo iniziare a citare Esiodo e Archiloco per arrivare poi ad Aristofane, che conosceva bene le favole di Esopo, un autore della cui esistenza storica si è sempre dubitato, ma che già dal V secolo a.C. veniva considerato un modello di riferimento; a Roma, e quindi nella letteratura latina, fu Fedro, liberto di Augusto, che divulgò le favole esopiche, colpendo però la suscettibilità di alcuni personaggi politici che lo perseguitarono a lungo.
Compito evidente delle favole esopiche è quello di svelare crudamente la realtà umana basata essenzialmente sulla forza e sull’astuzia, fermandosi ad una specie di rassegnazione che vorrebbe ispirare prudenza e pragmatismo nei comportamenti, ritenendo impossibile instaurare una società giusta, anche se talvolta interviene la divinità, pur sempre limitata nei suoi poteri che nulla possono sulla immutabilità della natura umana.
Un atteggiamento ben diverso troviamo in Euripide che nelle “Baccanti” fa dire al coro parole particolarmente drammatiche sulla punizione degli empi, cioè di coloro che non osservano la legge divina: la punizione degli dèi è tarda, lenta, ma arriva sempre, perchè “giustizia è figlia d’un tempo lunghissimo”.
Ben diverso è l’approccio a queste tematiche nei testi medievali, a partire da quelli contenuti nei famosi “Carmina Burana”, una raccolta di canti databili tra il XII e il XIII secolo composti in ambito studentesco, cioè in un ambiente colto e particolarmente vivace e spregiudicato che non temeva di mettere alla berlina i vizi delle classi dominanti: non solo clero e nobiltà feudale, ma anche la nascente borghesia mercantile. Sempre in questo periodo tornano in auge gli studi dei classici latini favorendo un confronto dialettico con il mondo antico, considerato fonte di saggezza e di moralità: in modo particolare venivano studiati i poeti satirici come Orazio, Giovenale e Marziale; la riforma iniziata
da Gregorio VII per la moralizzazione della Chiesa creò il terreno adatto a questo fenomeno che comunque nasceva in un ambiente legato agli Ordini monastici e religiosi.
Nei testi si ribadisce che per riformare la società occorre distaccarsi dal mondo e dalle sue lusinghe perchè comunque la vita degli uomini è regolata dalla ruota della Fortuna: un riferimento al mondo classico visto però in chiave cristiana, perchè la Fortuna non fa altro che ridistribuire continuamente i beni ricomponendo un equilibrio voluto da Dio.
Questi concetti di aspro rimprovero per la malvagità umana li troveremo in tutta la musica medievale sino al XIV secolo, espressi in vario modo anche nella musica profana vera e propria, come nelle Ballate di Andrea da Firenze  in cui, pur essendo l’Amore la causa scatenante, si condanna aspramente l’invidia e il tradimento là dove dovrebbe
regnare “amore e caritate”.
Una sintesi perfetta di questi temi offre il mottetto “ O homo considera”, di area inglese, che ricorda all’uomo la caducità della gloria e la funzione fondamentale della Carità, cioè dell’amore di Dio, che sola può ricomporre l’ordine destabilizzato dai vizi umani.
Lanfranco Menga
Associazione Musica Venezia
Palazzo Grimani, ore 20,00
Venezia, giovedì 7 marzo 2013
Letizia Butterin, Eugenia Corrieri, Monica Falconio, Claudia Grimaz, voci 
Pierpaolo Ciurlia, vihuela e tiorba 
Ilaria Pasqualetto, voce recitante 
Lanfranco Menga, direttore

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Presidente Italia Medievale
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