Cantar di Pietre 2014

Superati gli ultimi rigurgiti di millenarismo, esorcizzata la paura collettiva di una probabile e vicina fine del mondo, in tutta Europa il XII è il secolo dell’amore. Dei maggiori fenomeni che ne caratterizzano la letteratura e il pensiero, l’amore è quasi il luogo geometrico, il punto di convergenza: nelle più diverse – e talvolta anche contrapposte – esperienze letterarie e filosofiche o teologiche che si sviluppano in questo periodo si incontra quasi fatalmente, declinato in senso religioso o in senso profano, il tema dell’amore.
Ai primordi del secolo compare la poesia trobadorica, con la sua filosofia del fin’amor, che pure convivrà con la lirica latina audace e sensuale dei goliardi, e già prima del 1050 nella storia di Tristano e Isotta prende forma il mito medievale dell’amore – passione; a fine secolo Andrea Cappellano intraprende con il suo trattato De amore una sintesi teorica che sarà il fondamento di tutta la letteratura erotica e amorosa successiva.
A simili istanze fa da contraltare in ambito monastico una vivace e vasta riflessione filosofica e teologica sull’amore, dell’uomo e di Dio: mentre il Cantico dei Cantici risulta essere commentato e glossato come non mai, personaggi di spicco della teologia d’avanguardia pubblicano numerosi trattati miranti ad inquadrare la natura dell’amore in una prospettiva cristiana. Se per Guglielmo di Saint Thierry l’amore è prima di tutto vis animae, un’energia dell’anima che per un moto naturale la porta verso il fine che le è proprio, non ci si stupisca di leggere, nella dottrina del severo S. Bernardo, che ciò che è animale viene prima di ciò che è spirituale, per cui l’amore carnale è un indiscutibile fatto inerente alla natura (“infatti, chi mai ha odiato la propria carne?”): si tratta del primo doveroso grado verso l’amore divino, che sublima il proprio oggetto fino a perderlo e a perdersi in esso, nei suaves amplexus, i soavi abbracci dell’amore, evocati da Ildegarga di Bingen. Per Bernardo amare Dio è amare l’amore in sé, per Guglielmo è amor amoris. E la conoscenza di Dio non può prescindere da un’abbandono amoroso che è quasi follia, “la follia di cui erano folli i santi martiri, che sorridevano in mezzo alle torture; perché non citare quello che diceva il poeta lascivo nella foga della sua dissolutezza: è bello impazzire”? Evidentemente il delirio erotico del mistico non teme di assimilarsi all’innamoramento più folle, o forse perfino all’accecamento erotico provocato dal filtro magico di cui cadono vittime Tristano e Isotta – e così ancora una volta si sovrappongono l’amore divino e quello umano, in un gioco di specchi opposti.
Ma se l’amore carnale è il primo grado della conoscenza divina, il sentimento disinteressato diventa apprezzabile a tutto tondo, e l’amicizia non deve temere di esprimersi con accenti di sincero ardore amoroso. Aelredo di Rievaulx non si vergogna di lasciar brutalmente irrompere, nel cuore della sua opera fondamentale, i propri sentimenti, e si scusa con il lettore perché il dolore gli impedisce di procedere a causa della recente morte del suo migliore amico, il confratello Simone: chi non si stupisce che Aelredo continui a vivere anche senza il suo amico è solo colui che “non sa quanto è stato dolce vivere insieme” – e in tale dolcezza della convivenza amicale possiamo individuare una luminosa concezione della vita monastica, concepita come una società cortese che riflette la corte celeste assai meglio delle corti feudali.
Fuori dalle mura dei monasteri, per un virtuoso cortocircuito l’enfasi posta sull’amore contribuisce ad una nuova e radicale valorizzazione della figura femminile.
Non più origine di ogni tentazione, la donna nella visione provenzale ispirando il fin’amor raffina l’amante facendone, da grezza materia, gemma preziosa. Ma nondimeno nella speculazione teologica “l’ideale di un amore umano che si fissa al suo oggetto senza preoccuparsi di sapere se ne riceverà castigo o ricompensa, perché così vuole l’essenza di un amore disinteressato,” è un valore che proviene dal mondo femminile, è quell’amore che Eloisa ha provato per Abelardo e che ella gli rimprovera di non aver mai capito: tanto che la dottrina abelardiana dell’amore divino si potrebbe riassumere nel precetto secondo cui “non bisogna amare Dio come Abelardo amava Eloisa, ma come Eloisa amava Abelardo” – e, si potrebbe aggiungere, come Maria amò Cristo. Ancora una volta la teologia e la poesia del XII secolo si incontrano nel segno dell’amore: la devozione mariana e la poesia erotica si nutriranno delle stesse ardenti immagini, della stessa accesa fantasia. E si tratta solo dell’inizio di un percorso che attraverserà tutta la cultura europea nel segno della dialettica, ora feconda ora conflittuale, tra amore umano e divino, tra profano e sacro.

La proposta dell’edizione 2014 della nostra Rassegna passa da questa strada …

Giovanni Conti
direttore artistico di Cantar di Pietre

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Presidente Italia Medievale
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